Perse 8.000 aziende agricole in un solo anno: l’agricoltura italiana è in agonia. Fermiamo il massacro

Perse 8.000 aziende agricole in un solo anno.
L’agricoltura italiana non è in crisi. Sta scomparendo. Fermiano il massacro. Ritroviamoci il 6 e 7 marzo a Roma per dire tutti insieme che il cibo non è una merce e che il made in italy senza agricoltori, pescatori, lavoratori e artigiani del cibo è una truffa


Negli ultimi anni l’agricoltura italiana è stata travolta da una crisi strutturale senza precedenti. I dati ufficiali di InfoCamere e Unioncamere, elaborati tramite Movimprese, mostrano che nel 2025 il settore “Agricoltura, silvicoltura e pesca” ha perso oltre 8.000 aziende, pari a un calo dell’1,17% in un solo anno, mentre l’economia nazionale cresceva.

Guardando all’ultimo decennio, la tendenza è ancora più drammatica: tra il 2016 e il 2025 decine di migliaia di aziende familiari, micro‑aziende con pochi ettari, hanno chiuso i battenti. Solo tra il 2019 e il 2024 il settore ha perso oltre 52.000 imprese agricole e forestali, una contrazione superiore al 7% del tessuto produttivo delle campagne italiane. Le piccole aziende familiari, custodi della biodiversità e del paesaggio, scompaiono più rapidamente, mentre le aree interne e marginali vengono progressivamente abbandonate.

Alla base di questa emorragia ci sono dinamiche profonde: costi energetici e di produzione in aumento, prezzi agricoli spesso inferiori ai costi reali, burocrazia crescente, squilibri contrattuali lungo la filiera e concorrenza internazionale non sempre equa. Il ricambio generazionale è quasi fermo: le aziende guidate da giovani under 35 rappresentano ormai una quota esigua del totale, e i numeri sono in forte calo nell’ultimo quinquennio.

Non è solo il numero delle imprese a cambiare: la struttura stessa del settore si trasforma. Sempre più terreno e capitale finiscono nelle mani di società di capitali, gruppi agroindustriali e fondi di investimento, orientati a monocolture estensive e allevamenti intensivi, con l’obiettivo di produrre per la grande distribuzione. L’agricoltura familiare e diffusa lascia il posto a un modello industriale e finanziarizzato, meno radicato nei territori e più vulnerabile a logiche speculative.

Le conseguenze sono evidenti: perdita di biodiversità produttiva, aumento del rischio idrogeologico, spopolamento delle aree interne e indebolimento del tessuto sociale rurale. In molti territori, l’agricoltura non è più fonte di reddito stabile: i margini sono sottili e il rischio di chiusura costante.

Per il COAPI – Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani – questi numeri non sono statistiche: sono l’allarme di una crisi che mette in pericolo la sovranità alimentare, l’identità culturale e la sicurezza dei territori italiani. Servono interventi immediati: prezzi equi alla produzione, tutela delle piccole e medie imprese, incentivi reali per i giovani agricoltori e una filiera più giusta.

Se il trend non si interrompe, l’agricoltura italiana rischia di non essere più soltanto in difficoltà: rischia di scomparire come modello produttivo diffuso e comunitario, sostituita da un’agroindustria sempre più dominante e lontana dai bisogni dei territori e dei cittadini.

L’agricoltura italiana non è in crisi. Sta scomparendo. Fermiano il massacro. Il 6 e 7 marzo a Roma per dire tutti insieme che il cibo non è una merce e che il made in italy senza agricoltori, pescatori, lavoratori e artigiani del cibo è una truffa

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